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Ritardi nei pagamenti della PA: lo stato dell’arte

Il dibattito sui ritardi nei pagamenti da parte della PA alle imprese fornitrici, infiammatosi tra il 2013 e il 2015, sembra oggi aver subito un deciso rallentamento, nonostante i risultati dei provvedimenti sblocca-debiti, che hanno messo in campo negli ultimi anni una cifra come 50 miliardi, non possano certo considerarsi soddisfacenti.

Secondo un’analisi effettuata dal Sole 24 Ore, nei primi 3 mesi del 2017, su 350 amministrazioni pubbliche (Ministeri, Enti locali, Asl, etc.), il 62 % paga strutturalmente in ritardo, con una media che oscilla tra i 28 giorni dei Ministeri ed i 71 delle Asl. I vari provvedimenti sblocca debiti hanno infatti ridotto, ma non azzerato i debiti arretrati, che secondo Bankitalia valgono più di 60 miliardi di euro.

La sanità si scopre maglia nera per i ritardi nei pagamenti: «Il settore della Sanità e delle Asl ha delle performance preoccupanti» ha sottolineato Marco Preti, AD di Cribis. E infatti, secondo gli ultimi dati pubblicati dal Sole 24 Ore del 7 febbraio, le sole fatture inevase per biomedicale e farmaci ammontano a 4 miliardi di euro.

Secondo l’ultimo rilevamento dello Studio pagamenti realizzato da Cribis e aggiornato al primo trimestre 2017, nell’ambito del sistema sanitario nazionale, «il 44,6% dei soggetti salda i fornitori entro il mese di ritardo, mentre il restante 55,4% delle aziende della sanità paga generalmente con grande ritardo».

In ogni caso lo scenario italiano è ben distante dai paletti fissati dalla direttiva comunitaria del 2011, entrata in vigore nel 2013: trenta giorni di tempo per i pagamenti in generale e 60 giorni in casi particolari, tra cui proprio la Sanità.

L’amministratore delegato di Cribis sottolinea poi come «purtroppo i dati emersi dal nostro osservatorio mettono in evidenza le grandi difficoltà della PA che vanno a impattare negativamente sulle imprese fornitrici che non vedono rientrare i propri crediti nei tempi prestabiliti. Si crea dunque un effetto domino che va a coinvolgere tutta la filiera, che rischia di non avere disponibilità di cassa per pagare a sua volta i propri fornitori».

Per gli analisti di Cribis i settori produttivi più colpiti da questa situazione sono farmaceutica, biomedicale e forniture sanitarie, prodotti per l’ufficio (computer, carta, cartoleria), arredi per uffici, forniture alimentari, dell’energia e la filiera delle manutenzioni stradali e degli edifici.

E’ tuttavia necessario fare dei distinguo: non tutte le pubbliche amministrazioni ritardano nel saldare le fatture dei fornitori, anzi alcuni enti pagano in anticipo rispetto alle scadenze. Se la situazione appare più preoccupante al Sud, sicuramente non possiamo nascondere che alcune “zone d’ombra” siano presenti anche nel Nord del paese.

Viene così spontaneo chiedersi cosa sia all’origine di comportamenti così distanti tra un ente e l’altro. Perché alcune amministrazioni saldano le loro fatture ampiamente prima della loro scadenza ed altre con un ritardo che può raggiungere mediamente anche i 1163 giorni, secondo il Centro studi di Assobiomedica?

Nonostante le molte norme emanate per regolamentare i tempi dei pagamenti, le singole amministrazioni continuano a muoversi secondo prassi proprie, autodeterminate, che spiegano le marcate distanze che separano i comportamenti degli uffici. Manca un controllo accentrato ed immediato, senza il quale minacce come quelle del danno erariale per gli interessi aggiuntivi generati dai ritardi restano inascoltate. Certo, i contratti non possono più bloccare la mora a carico delle amministrazioni troppo lente, ma in molti casi si preferisce o si è costretti a pagare di più invece che pagare più in fretta: in un circolo vizioso che aumenta i costi senza migliorare i servizi.

Ciò che stupisce inoltre, come evidenzia l’ufficio studi della CGIA di Mestre, è che ormai da due anni, chi opera con la PA, deve emettere la fattura elettronica. Nemmeno la digitalizzazione è riuscita a fare chiarezza sull’effettivo importo degli arretrati "per il semplice fatto – commenta Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi - che una buona parte dei committenti pubblici, in particolar modo quelli periferici, effettuano i pagamenti senza transitare per la piattaforma e con scadenze ben oltre quelle stabilite per legge. Una vicenda che ha dell’incredibile".

A ciò si aggiunge la "beffa" dello split payment, che prevede il versamento dell'Iva all'Erario direttamente dall'acquirente di un bene o servizio: un mancato incasso per l'impresa che, pur essendo in sostanza una partita di giro, peggiora la situazione della liquidità.

 

 Fonti: Il sole 24 ore, La Repubblica, Assobiomedica